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lunedì 9 aprile 2012

AL “PARTENZISTA” TANTO DI... CAPELLO!

Il partenzista è un disco che ascoltato in cuffia in una stazione ferroviaria una domenica pomeriggio di novembre potrebbe salvarvi la giornata, provare per credere!
Tutti bravi e originali i protagonisti: insieme a Lorenzo alla batteria, Dino Cerruti al basso, Lorenzo Paesani alle tastiere, Antonio Gallucci al sax e Francesco di Giulio al trombone.












Chi è Lorenzo Capello? Si potrebbe rispondere in tanti modi: un batterista genovese? si.... un compositore? Anche, ma non solo: Lorenzo Capello è... un visionario cantastorie e... un ex partenzista.
Direte voi “prima spiegaci cos'è un partenzista per capire cos'è un ex-partenzista!”. Ebbene, il partenzista è il contrario dell'arrivista: l'arrivista vuole arrivare, a qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo. Il partenzista no, lui con qualsiasi mezzo, a qualsiasi costo, desidera, solamente, partire. E qui vengono in mente tutti i poetici rimandi all'idea di viaggio, di partenza come condizioni dell'esistenza. Ex partenzista, dunque:

«Diciamo che sicuramente lo sono stato, per anni – racconta Lorenzo - almeno più di quanto lo sia adesso. È, per certi versi, una condizione frustrante, un bel limite... ma se vogliamo, a un certo punto ti dà dei vantaggi questa posizione, almeno quando riesci a capire che devi un po' cambiare approccio verso la realtà. A quel punto, non avere un obiettivo prefissato diventa un punto di forza, perché ti accorgi che non c'è fretta di arrivare da nessuna parte, e il partire già potrebbe bastare. Comunque insomma, son più contento adesso di quand'ero partenzista! E proprio perché ho sperimentato sulla mia pelle quella condizione, adesso provo un grande affetto verso i partenzisti, a cui il pezzo è dedicato».
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E Lorenzo ha fatto di certo tesoro delle sue partenze e del suo viaggio, ricco di tante letture, «libri un po' disparati... gialli e/o noir intelligenti, romanzi con storie che mi prendono bene ma scritti o tradotti meglio de Il Codice Da Vinci, il vecchio Stefano Benni, il vecchio Baricco, Tolkien». Poi ci sono i dischi, quelli ascoltati e riascoltati, consumati da ragazzo fino ad oggi: «Ho ascoltato e ascolto di tutto, in genere roba che mi spiazza e non mi risulta prevedibile se sono in cerca di ascolti “creativi”, o roba rasserenante se ho voglia di star tranquillo: quindi che so, da Italian Instabile Orchestra ai Pogues, dal nuovo Tom Waits al vecchio Tom Waits, da Stravinskij ai Deep Purple, da John Cage a Kind of Blue, e un sacco d'altro». E ancora i suoi luoghi, non solo quelli dei viaggi veri e propri - in posti sinceri, che non hanno ancora venduto l'anima ai turisti – ma anche quelli vissuti, come casa sua «perché è in mezzo agli alberi, si vede il mare, perché l'hanno fatta crescere i miei genitori assieme a me, e perché non riesco ad andarmene»



IL PARTENZISTA

Tutto questo Lorenzo ce lo restituisce, come un sincero e prezioso dono di sé, nel suo album di esordio da solista: IL PARTENZISTA , e come altro avrebbe potuto intitolarsi se non così.
Edito nel 2012 dalla Horange Home Records “Il partenzista” è un tourbillon evocativo, emozionale, musicale in cui si mescolano tanti generi col comun denominatore del jazz, immagini, sfumature, storie e ricordi all'insegna della libertà espressiva. Un disco è una ricetta fantasiosa e ogni ingrediente può essere reinventato e utilizzato a modo proprio. Ed è così che, con Martin Mystere vs Doctor Alzheimer, si alza il sipario su un fumoso jazz club americano in cui ambientare la storia di un cartone animato noir. La narrazione è affidata ai fiati, che ritmicamente si fronteggiano in un serrato racconto swingato, dal quale veniamo distolti, senza conoscerne l'epilogo, per passare alle atmosfere aperte e rilassanti di una fresca mattinata irlandese in The auld triangle, (omaggio ai Dubliners) atmosfere che ci fanno presumere, o perlomeno immaginare, un lieto fine per la storia precedente... E poi di nuovo via, ne Il circo di fine anno, un'allegra fanfara ci racconta storie di clown, acrobati e domatori d'antan, di una lontana, semplice allegria costantemente “sabotata” da quel refrain di “America” di Leonard Bernstein messo lì come un monito, un invito a non voler fare troppo gli americani apprezzando la nostra musica, senza guardare eccessivamente altrove. E poi la dolcezza di Lo zucchero filato, quella ghiotta nuvola creata da due barbieri americani, che nel 1897 inventarono la macchina per produrla. Oggi, attraverso le invenzioni tematiche di Lorenzo, al posto di quella macchina c'è il lettore cd a produrre zucchero per le nostre orecchie. Ma poi i tempi free jazz con echi progressive di Everybody's drug ci ricordano che tutti noi siamo più o meno sotto qualche sostanza stupefacente, di questi tempi... Stesse spigolose atmosfere in E' arrivato il 26 del mese, pezzo in pieno stile free jazz in cui la libertà degli interpreti è limitata dalle linee guida del capocomico. Loro però sembrano riderne di gusto. Ed ecco Bruma Shave un omaggio al mito, Tom Waits, dai temi sghembi e dinoccolati che lasciano il passo al continuo cambio tematico condito di swing di Passato prossimo, futuro possibile, un brano “fra il drammatco e il grammatico” in cui voler condividere la straniante sensazione del “senno del poi”. Siamo all'epilogo: dopo una delicata quanto appassionata Deseo.Temor ecco la title track a sorprenderci da ultimo con una nervosa interpretazione del testo di Capello, recitato da Massimiliano Caretta accompagnato da un andamento musicale sempre più concitato e ipnotico e poi... silenzio. Ci rilassiamo ma dopo un po' una ghost track ci fa sussultare, come un ultimo “buh!” di Lorenzo.
Un lavoro piacevole questo Il partenzista, godibile e pieno di spunti, di sorprese, di input su cui riflettere o fantasticare; “Un disco coerente. Incoerente. Comunque bello”; da ascoltare e riascoltare per scoprire e creare di volta in volta nuovi livelli di interpretazione.

«La cosa che mi piace di più – spiega Lorenzo - è che mi rappresenta molto. Rispecchia le mie lune diverse, la musica che ascolto, l'ironia che metto in molte cose, la serietà nascosta che metto nell'ironia, e altre cose varie. Molte persone che mi conoscono bene dicono che è curioso come Il Partenzista sia uguale a me, e io me ne sto e son contento. Mi piace poi che il disco finisca con una ghost-track che non c'entra nulla col resto dei pezzi e che seppur nascosta contenga un testo a cui tengo molto, ideale prosecuzione del testo de il Partenzista. E mi piace perché credo che non sembri il disco di un batterista, cosa che volevo fortemente fin dall'inizio. E anche perché dentro vi convivono cose determinate con precisione, che i miei compagni hanno suonato alla grande, con momenti di improvvisazione, suonate sempre con grande convinzione e leggerezza. E poi mi piace che si ride anche».



LORENZO SI RACCONTA. STRALCIO DELL'INTERVISTA A LORENZO CAPELLO




Lorenzo Capello, che vive a Riva Trigoso, piccolo paese della riviera ligure è uno che la sa lunga, e la sa raccontare. E così, tanto bello è stato il suo racconto che abbiamo deciso di riportarne qualche stralcio così come lui lo ha scritto, affermando di essere prolisso. Forse si ma possiamo pure prendercelo un po' di tempo per conoscere... buona lettura!

  1. Qual è stato il tuo percorso culturale e musicale fin'ora? Che tipo di musica ascolti nel quotidiano e che cosa maggiormente ti ispira/influenza nel tuo lavoro?
Culturalmente direi che mi vivono dentro un po' di cose che arrivano da luoghi diversi: l'astronomia che adoravo da bambino e ragazzo, la scienza in genere, i libri di esplorazioni geografiche di mio padre, quelli di scoperte e invenzioni che mi compravo da solo. Poi le cose che ho studiato al liceo, ma solo quelle che mi ricordo, e non son molte. Poi la geografia fisica che era l'unica cosa che mi piaceva a geologia, e infatti l'ho mollata. Poi varie cose che ho chiesto a gente che ne sa più di me. Poi libri, poi film e spettacoli a teatro di natura e provenienza varia, che in genere vengon scelti dalla mia ragazza perchè non sono mai informato sulle ultime uscite.
Musicalmente, ho ascoltato e studiato molto, soprattutto jazz. E' il genere, sempre che possa definirsi un solo genere, che più mi ha affascinato per le sue possibilità di personalizzazione. Per la caratteristica che ha di poter essere mio, tuo, di nessuno, o di molta altra gente, restando al tempo stesso semplicemente, e complessamente, jazz. Ho studiato anche un po' di arrangiamento e composizione, sebbene mi senta ancora piuttosto acerbo, e un po' di sassofono, che mi piace molto, e mi da un suono legato, note lunghe e intonate che con la batteria non posso avere a disposizione.
Ho suonato molti generi, rock, funk, pop, folk, lirica, classica, musica balcanica, oltre al jazz naturalmente, e credo che tutto questo sia andato a confluire in quel che scrivo e suono.
Una cosa che mi interessa molto inserire nelle cose che faccio, è la politica. Non quella dei partiti o dell' io sto di qua o sto di là (anche se ammetto, con orgoglio, di stare di qua), ma una specie di politica un po' astratta che viene dal pensare che ogni mia azione produca nella società, nella vita delle persone che mi stanno attorno una reazione sempre e comunque. Quindi, quando mi comporto con stile, dignità, sobrietà, intelligenza, lungimiranza, e altre belle parole, mi vien da pensare che io possa aver influenzato positivamente i miei vicini, ma anche i miei lontani. E ovviamente, è vero anche il contrario. Con i miei allievi ad esempio, cerco di stare attento a tutte le belle parole di cui sopra. Ogni tanto mi pare anche di riuscire a far della bella politica.

  1. Con “Il partenzista” sei al tuo esordio discografico da solista, parlami di questo esordio: come lo hai vissuto musicalmente ed emotivamente e cosa ti aspetti nel prossimo futuro?
Bè musicalmente è stato tutto piuttosto strano, intanto perchè prima di registrare non avevamo mai suonato tutti assieme, quindi speravo che andasse tutto bene, ma non ne ero affatto sicuro. Poi non sapevo se i pezzi che avevo scritto potevan funzionare, o meglio per alcuni lo sapevo, per altri no. Però insomma, alla fine è andato tutto bene, e siam riusciti in meno di quattro giorni a registrare dodici pezzi, alcuni anche piuttosto difficili, senza aver mai provato assieme, e il risultato mi soddisfa molto anche adesso che è passato un po' di tempo.
Emotivamente, è una cosa grande sapere che farai un disco tutto tuo, con responsabilità pressoché totale sul risultato finito. Da un lato ti mette un po' d'agitazione, ma dall'altra anche molta forza, molta energia, come succede sempre quando c'è qualcuno che crede in te. Parlo sia dei musicisti, che non mi stancherò mai di ringraziare, sia dell'etichetta discografica, la OrangeHomeRecords, che ha sede in uno studio di registrazione di Leivi, sulle alture di Chiavari, con la stanza del pianoforte con vista mare, e un giardinetto dove nella bella stagione si mangia fuori. Etichetta che, anche se piccola, mi da una mano per un bel po' di cose, mi da suggerimenti su direzioni da prendere, e cosa non da poco, ha co-prodotto il disco assieme a me, alleggerendo quindi le spese che non sono in genere affatto basse.

  1. Forse è banale chiederlo ma lo faccio lo stesso: come descriveresti la tua musica a chi si accinge ad ascoltarla?
In genere dico che è una roba con base che proviene direttamente dal jazz, sia come sound, sia come armonie, sia come approccio all'improvvisazione. Su questa base ci sono poi elementi di altre musiche (ma esistono altre musiche o la musica è una sola?), elementi teatrali, improvvisazione totale o quasi, il tutto cercando di essere una buona approssimazione del mondo reale o immaginario che mi/ci circonda.

  1. Passiamo al disco: tanti generi, immagini, sfumature: cosa vuoi comunicare a chi ascolta? In un periodo negativo come quello che stiamo vivendo come ti piacerebbe che il tuo disco venisse percepito? C'è una qualche “funzione” che la musica dovrebbe avere? Di denuncia, di evasione, di stimolo? La tua musica a che punto si pone?
Quando ho registrato il disco volevo semplicemente mettermi a nudo, visto che era il primo disco a nome mio. Quindi tirar fuori tutte le cose che mi ero lasciato dentro da qualche parte, e in vari modi comunicare quelle. Non mi son preoccupato troppo di piacere o non piacere, anche se preferisco suonare cose piacevoli, piuttosto che fastidiose per la gente che mi ascolta. Giuro che ho in repertorio un sacco di musica piena di casino, ma non credo la metterò mai su disco.
In questo periodo negativo, spero che la mia roba, sia sul disco che live, sia percepita un po' con la frase: “Ah, ma allora SI PUO' FARE”. Nel senso che troppo spesso in musica ci si rifugia dietro a cose apparentemente rassicuranti: una cover band, qualche soldo facile, “la gente vuole questo”, etc. Io mi sono imposto di seguire semplicemente quello che mi andava di fare, e spero che chi ascolta 'ste cose possa pensare, almeno, che tutto questo è, almeno, possibile.
Mi chiedi una qualche funzione che la musica dovrebbe avere... Bè, ne ha molteplici, immagino, ed è giusto che ognuno vi trovi la sua. Voglio dire, sarebbe orribile pretendere che in discoteca si balli John Zorn, o che mentre qualcuno sta cucinando si ascolti integralmente “Kulu Se Mama” di Coltrane. Quindi ben venga la musica “leggera”. Però mi piace pensare che ogni momento della nostra giornata possa avere una sua chiamiamola “colonna sonora” (qui si rivà alla grafica del disco simil schermo cinematografico), ed è un peccato che molta gente non sappia che c'è musica più adatta a stare nel traffico rispetto al tunz-tunz che spesso filtra dai finestrini chiusi all'ora di punta.
Denuncia, evasione, stimolo, sono tutte funzioni che ci devono essere nella musica, almeno per quanto mi riguarda. Aggiungerei onestà verso se stessi e gli altri, lungimiranza, divertimento, immaginazione.

  1. Come nascono le tue composizioni?
Nascono in modi diversi … Alcune da un giro armonico che mi convince al pianoforte, altre da una melodia che mi canto, altre da un riff di basso su cui costruisco il resto. Ma ad esempio Everybody's drug è nata dal titolo, nel senso che volevo rappresentare quest'idea dell'essere umano che ha bisogno in qualche modo di esser dipendente da qualcosa, da una droga appunto, che sia reale o immaginaria, che sia una sostanza proibita o legalissima. E quindi ho poi strutturato il pezzo su quest'idea. Comunque, in generale il mio “processo compositivo” ha sempre un po' di cose in comune: inizio da un'idea di quelle descritte sopra, e quando mi accorgo che l'idea è forte, mi lascio ispirare dall'idea stessa, da come si sviluppa. Alcuni pezzi infatti sono diventati molto diversi da come li avevo immaginati all'inizio. Poi, cerco sempre di capire se quello su cui sto lavorando può essere interessante, o se è molto già sentito, nel qual caso butto via tutto, o lascio il pezzo in quarantena. Infine, se non avessi il computer che mi suona un po' di cose, ci metterei mesi per scriver qualcosa che per fortuna mi richiede molto meno tempo.

  1. Ami molto giocare con le parole: che rapporto hai con la scrittura, la letteratura, quanta ne metti nella tua musica? Quanta importanza dai ai titoli dei pezzi?
Sì mi piace molto: col passare degli anni è diventata quasi una malattia pensare alle parole come a portatrici di affascinanti giochi sonoro-lessicali che ne cambiano il significato in modo spesso anche molto surreale. Ne escono spesso barzellette, o anche qualche titolo sì. E i titoli sono molto, molto importanti. Intanto perchè in generale è musica strumentale, quindi, diamole almeno un significato interessante che ne descriva l'origine, o la destinazione chissà. Poi, dal vivo un titolo si può, se si vuole, spiegare e parlarne col pubblico, e mi piace raccontare di cosa parla la mia musica. E poi, anni fa lessi Charles Mingus nelle note di copertina di “Changes One”, che parlando di “Remember Rockfeller At Attica” diceva che in origine quel pezzo aveva tutt'altro titolo, ma che poi lo cambiò perchè gli sembrava giusto usare una composizione come denuncia di qualcosa (Rockfeller aveva represso con la forza una rivolta in una delle sue città operaie, Attica appunto). Allora da lì ho capito che spesso il titolo deve avere una valenza più alta.

  1. Come è nato il tuo gruppo e che rapporto hai con i tuoi musicisti?
Dino Cerruti, il bassista, lo conosco e ci suono con gran piacere da anni. Gli altri sono tutti ragazzi che ho conosciuto a Siena Jazz, scuola da anni importantissima nella didattica di questa musica. Lì frequentammo nel 2008-2010 il master biennale InJaM, dove suonammo assieme in varie formazioni e incontrammo numerosi musicisti-insegnanti di fama-e bravura soprattutto-mondiale. Devo dire che l'esperienza di InJaM mi ha cambiato la vita, sia a livello batteristico sia a livello compositivo, grazie a Bruno Tommaso che mi ha fatto entrare con grazia da una parte, e estrema curiosità dall'altra, in un mondo quale quello della composizione e dell'arrangiamento che conoscevo poco ma che mi ha sempre attirato da matti, forse anche più di quello relativo al mio strumento.
E poi appunto, a Siena ho conosciuto i “miei” musicisti, abbiam suonato assieme, abbiam riso, passato un sacco di tempo assieme, abbiam scoperto che si andava molto d'accordo, e per me è fondamentale fare musica in questo modo.

  1. Nei live date maggiore spazio alla composizione o all'improvvisazione?
Direi metà e metà. Nel senso che in genere eseguiamo un bel po' dei pezzi del disco, qualche cosa di nuovo, qualcosa che recito io con gli altri che mi fan un po' di delirio sotto, ma ci sono anche delle specie di veri e propri “giochi” musicali basati sull'improvvisazione, dove molto spesso il pubblico ha un ruolo attivo, quasi da direttore d'orchestra. La gente può interagire con noi facendoci smetter di suonare ad esempio, o entrando in una composizione estemporanea gettando un dado, oppure alzando cartelli con indicazioni per i musicisti. Tutto questo perchè mi va l'idea che il pubblico possa diventare parte di quello che vede sul palco. Quindi, un modo per esprimere consenso e dissenso in maniera costruttiva, andando a lavorare sull'improvvisazione che diventa un po' una metafora di buona parte della nostra vita quotidiana: non tutti abbiamo le giornate e gli anni scritti su uno spartito in modo preciso e sempre uguale.

  1. Progetti futuri?
Il progetto nel primo futuro possibile è quello di cercare tanti live, per divertirci un po' e farci conoscere come band. Quindi, si lavora alla promozione in modo autarchico. Poi vedremo che succede, e decideremo come muoverci. Io personalmente voglio approfondire ancora il discorso compositivo, c'ho preso gusto a unire i puntini delle note e a veder cosa appare...


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mercoledì 29 febbraio 2012

DANIELLE DI MAJO. GRINTA E RISERVATEZZA: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

«Timida e riservata... queste erano, di solito, le prime due parole scritte sulle mie pagelle delle elementari. Negli anni, però, ho cercato di cambiare questo mio aspetto, aprendomi di più con le persone ed esprimendo altri aspetti importanti di me stessa, quali la grinta, l'energia positiva e la comunicazione».



Danielle Di Majo è una ragazza atipica: i tratti del viso decisi e uno sguardo fiero, tagliente che sa essere anche dolce, celano la personalità complessa di una ragazza schiva, di poche parole, a volte timida, che riserva tutta la sua energia e creatività per il palco, assieme al suo sax.
Ed è proprio lì che la sua essenza viene fuori al meglio regalando a chi l'ascolta momenti di intensa espressività e di energici contrasti.
Ama la natura, il vino rosso e il buon cibo, ascoltare Something Else di Miles Davis o Giant Steps di John Coltrane, ma anche i Red Hot Chili Peppers o le musiche popolari orientali, essendo cresciuta in una famiglia di genitori vissuti in Libia e in Egitto con origini libanesi.
Lei si definisce un'inguaribile sognatrice col “difetto” della testardaggine. Difetto che, però, si è dimostrato un pregio nel momento in cui Danielle decise di diventare una musicista professionista, a venticinque anni: età in cui di solito ci si avvia già verso una carriera. Danielle, invece, avevo solo preso la decisione di studiare uno strumento mai visto prima quale il sassofono e di intraprendere lo studio della musica jazz. Un salto nel buio quasi... che però si è rivelato azzeccato visto che ad oggi è considerata uno dei migliori nuovi talenti del jazz italiano.

La sua non è una storia lineare ma costellata di inizi, abbandoni, decisioni prese, ripensamenti, riflessioni, indice di un percorso intrapreso e vissuto molto intensamente.
Danielle si è avvicinata alla musica molto presto: «Mio padre – racconta - era un appassionato di Jazz delle grandi orchestre (Count Basie, Duke Ellington) e mia madre cantava in un coro. In casa c'erano molti dischi di jazz, musica classica e musica araba e mi piaceva moltissimo ascoltarla con le cuffie giganti di papà per sentirne ogni sfumatura e pienezza dei suoni ad alto volume.
A cinque anni suonavo già il pianoforte classico, ma non ero una gran studiosa, e a tredici smisi di prendere lezioni. Non ho mai abbandonato il piano del tutto, però: come potevo ero sempre a suonare e a scrivere mie composizioni. Ma era una cosa che facevo solo per me, un mio momento magico, quando invece poi mi iscrissi all’università capii che la musica era una cosa troppo importante e che volevo farla al meglio, per cui decisi di iscrivermi ad una scuola di musica nella mia città, Ostia Lido (Rm)».
Questa volta, però, invece della musica classica Danielle opta per lo studio del pianoforte jazz. Così a venticinque anni si mette del tutto in discussione e ricomincia praticamente da zero, ad imparare i primi rudimenti sul pianoforte. Ma in quella scuola avrà una sorta di folgorazione: «Nel laboratorio di musica d'insieme c'era un maestro eccezionale a cui devo veramente tutto: Piero Quarta. Lui è un sassofonista, per cui avevo la possibilità di ascoltare e ammirare i suoi allievi che suonavano il sax: ho praticamente perso la testa per quel suono! In un lampo ho capito cosa volevo: che Piero Quarta mi insegnasse a suonare quel favoloso strumento che è il sax contralto. Per me iniziò una nuova avventura, mi chiusi per tre anni nella cantina del mio condominio, determinata come non mai, uscivo solo per mangiare e dormire. Oggi mi rendo conto che quell'atteggiamento era un pò esagerato, ma ricorderò sempre con piacere quei momenti vissuti in cantina ad ascoltare musica, trascrivere gli assoli di Charlie Parker, Cannonball Adderley, Jackie Mc Lean, Coltrane & Shorter, e poi tutto il lavoro fatto sul suono».
Questa grande determinazione e il “difetto” della testardaggine portarono a Danielle i risultati sperati. Dopo tre anni di studio del sax, militava già in diversi gruppi e aveva creato il suo quintetto con cui fece molta gavetta e concorsi musicali importanti con ottimi risultati.
«Non amo molto le competizioni musicali, ma è anche un mezzo per confrontarsi e farsi conoscere; in quel periodo sono state per me molto formative, soprattutto a livello umano e caratteriale».


E così con il “Danielle Di Majo Quartet” e col “Francesco Diodati Quintet” Danielle partecipa e vince numerosi concorsi internazionali (primo premio a: Incroci Sonori jazz 2004, Talenti Jazz Martina 2004, premio Palazzo Valentini 2004, Barga Jazz 2005, Porsche Jazz 2005).
Nel 2005 le viene assegnato il premio come Miglior Nuovo Talento Emergente al concorso Baronissi Jazz. Nel frattempo non abbandona lo studio e partecipa a numerose Master Class tenute da Maurizio Giammarco, Rosario Giuliani, Bob Mintzer, Enrico Pieranunzi, Enrico Rava, Giovanni Tommaso, Kenny Wheeler, Dick Halligan, Roberto Taufic, Giancarlo Maurino & Emanuele Cisi.
Intreccia collaborazioni anche con varie orchestre: la Saint Louis Big Band diretta da Gianni Oddi, la Jazz Studio Big Band diretta da Mario Corvini, la Testaccio Art of Jazz diretta da Claudio Pradò, la Short’s Monday Night Orquestra diretta da Marco Omicini, la V.G. Jazz Ensemble diretta da Roberto Spadoni & la Down Time Big Band diretta da Piero Quarta.
Numerose sono arrivate anche le partecipazioni ai festival: Policoro Jazz Festival, Festival Esperanto, Festival Villa Gordiani, Ronciglione Jazz Festival, Auditorium Parco della Musica, Barga Jazz , Avignon Jazz Festival, Baronissi Jazz, Villa Celimontana ”jazz Image”, Badia Jazz Festival Jazz on the road, Woma jazz festival.
Attualmente Danielle è impegnata nella direzione del “Danielle Di Majo Quintet” con cui scrive composizioni originali.



ECCEDERE DI BLU

Danielle Di majo (alto); Antonello Sorrentino (tr); Francesco Diodati (ch); Riccardo Gola (cb); Ermanno Baron (batt).
Special guest: Giancarlo Maurino (sop su #4, 6)

Nel marzo 2010 esce l'album da leader del Danielle Di Majo Quintet: “Eccedere di blu” pubblicato da Picanto Records, una tappa che rappresenta per Danielle sia un punto di arrivo dopo diversi anni di studio, premi, concorsi, concerti e collaborazioni e un disco a suo nome (“Chromatism" edito dalla Philology) che un punto di partenza: «Sicuramente tra i progetti futuri c'è la preparazione del nuovo disco col mio quintetto e con “Unfold” di Giancarlo Maurino».
Il quintet si è formato molto tempo prima dell'uscita del disco: «Eravamo tutti studenti di scuole di musica – racconta Danielle - avevamo la stessa voglia di fare e tanta grinta, è stato facile, insieme abbiamo avuto tante soddisfazioni e ora ognuno di noi ha avuto e ha molti riconoscimenti nell’ambito musicale italiano. Essere leader di un gruppo totalmente maschile non comporta per me nessun problema, anche perché siamo molto amici e non faccio nessuna fatica a portarlo avanti, loro rispettano me come io faccio con loro».
In questo album il Blu è inteso e proposto dall'autrice come profondità, intensità e freschezza, nell'intento di trasformare le emozioni in colori e musica.
I brani, composizioni originali della leader, dalle sonorità moderne e accattivanti, sono piccoli racconti e frammenti di vita, ogni pezzo ha una sua storia e gli arrangiamenti sono costruiti su melodie e poliritmie che rappresentano delle atmosfere emozionali. Un piccolo ritratto o una fotografia della Danielle di qualche anno fa: «Ho già in mente il prossimo disco – afferma - che sarà completamente diverso da questo: la musica cresce con me e assume colori e tonalità diverse!»
Nel frattempo, l'ascolto di questo disco è fluido e piacevole pur essendo il risultato di un lavoro complesso che sceglie di dare molta importanza alla composizione e all’arrangiamento di ciascun brano e dedica particolare attenzione alla ricerca di soluzioni formali alternative quali l’utilizzo di metriche inusuali. Parallelamente, la ricerca di una propria identità di gruppo si esplica nell’utilizzo di una timbrica che risulta al contempo moderna ed acustica. La ritmica è composta dal solido contrabbassismo di Riccardo Gola, dal trascinante drumming di Ermanno Baron e dall’eclettico chitarrismo di Marco Bonini, il tutto amalgamato dal suono prettamente espressivo e personale di Antonello Sorrentino. Danielle Di Majo ha fatto della ricerca melodica, del suono e della creatività compositiva le sue peculiarità.



FORMAZIONI

  • “WOMEN NEXT DOOR”, standards jazz rivisitati da Elisabetta Antonini (Elisabetta Antonini: voce; Gaia Possenti: piano; Federica Michisanti: contrabbasso; Giorgio Cuscito guest: Vibrafono)
  • CATERINA PALAZZI QUARTET, band che propone musica originale dalle infusioni Jazz & Rock. (Caterina Palazzi: Contrabbasso & arrangiamenti; Giacomo Ancillotto: Chitarra; Maurizio Chiavaro: Batteria)
  • GIULIA FIRPO 4TET “AROUND JONI”, tributo con arrangiamenti originali a Joni Mitchell (Giulia Firpo: voce; Tiziana Cappellino: pianoforte; Isabella Rizzo: Contrabbasso)
  • ROUND TRIP TRIO: tributo a Ornette Coleman (con Fulvio Buccafusco: Contrabbasso; Emilio Bernè: Batteria)
  • CO3: trio di composizioni originali di Angelo Conto: Piano; Donato Stolfi: batteria.
  • UNFOLD 5et: composizioni originali di Giancarlo Maurino: Sax Soprano,Alto, Tenore & Baritrono; Fabio Giachino: piano; Mauro Battisti: Contrabbasso e bass el.; Mattia Barbieri: batteria.


    ALCUNI VIDEO







    Per ascolti e per essere sempre aggiornati su Danielle Di Majo:



venerdì 27 gennaio 2012

UMBRIA JAZZ E CONAD CERCANO NUOVI TALENTI

Cari amici, riceviamo e diffondiamo questa news: 




Riportiamo la notizia così come illustrata nei comunicati stampa


Conad Jazz Contest, al via la prima edizione per i talenti under 30

ll concorso nazionale, nato dalla collaborazione tra Conad, Umbria Jazz e Young Jazz, va in cerca di nuovi talenti.

Il concorso nazionale, nato dalla collaborazione tra Conad, Umbria Jazz e Young Jazz, va in cerca di nuovi talenti tra giovani musicisti italiani di età non superiore ai 30 anni e autori di progetti jazz inediti.
I 9 vincitori, scelti da una qualificata giuria in base all’originalità del progetto e alla qualità tecnica e artistica dell’esecuzione, si esibiranno sul prestigioso palco di Umbria Jazz, nel corso delle sessioni pomeridiane dell’edizione 2012 del festival. 

Entro giovedì 15 marzo i concorrenti possono iscriversi gratuitamente sul sito www.conadjazzcontest.it


Perugia, 13 gennaio 2012. Conad, Umbria Jazz e Young Jazz insieme, inevitabilmente in nome del jazz, per cercare nuovi talenti tra i giovani musicisti italiani.

Prende il via così, per volontà di Conad, la 1° edizione di Conad Jazz Contest, concorso musicale nazionale promosso in collaborazione con Fondazione di Partecipazione Umbria Jazz e Young Jazz Festival. La competizione, che ha ottenuto il patrocinio di Regione Umbria, Provincia di Perugia e Comune di Perugia, è aperta a solisti e gruppi emergenti, autori di progetti originali nell’ambito di un repertorio jazzistico che potrà spaziare dal classic jazz al contemporary jazz, fino all’acid, al fusion e al jazz/blues, e si pone l’obiettivo di valorizzare il talento di alcuni giovani artisti italiani, offrendo loro un inedito spazio di visibilità. Un’iniziativa che si inserisce nell’ambito del più ampio e ormai consolidato impegno espresso da Conad a favore della prestigiosa rassegna perugina: non una semplice sponsorizzazione, ma la partecipazione attiva alla valorizzazione del festival, a fianco dei promotori e delle istituzioni del territorio.


«L’idea di promuovere un concorso riservato ai giovani - commenta Francesco Pugliese, direttore generale Conad - ha visto la luce a seguito di una conversazione con Renzo Arbore, presidente della Fondazione di Partecipazione Umbria Jazz, e Carlo Pagnotta, direttore artistico del Festival, nel corso dell’ultima edizione della manifestazione. Vedendo che moltissimi ragazzi avvicinavano il Maestro per mostrargli i propri progetti e chiedergli consigli, ci è sembrato necessario dare vita ad un’iniziativa che consentisse di incanalare queste energie, dando spazio a nuove idee e proposte musicali. Quest’anno, peraltro, Conad festeggia i 50 anni e abbiamo ritenuto che il modo migliore per celebrare questo anniversario fosse guardare al futuro, valorizzando i giovani in quanto risorsa fondamentale per lo sviluppo non solo economico, ma anche culturale e artistico del nostro Paese».
L’iscrizione al concorso è riservata a singoli artisti o gruppi (strumentali o con vocalist) italiani o residenti in Italia, di età media non superiore ai 30 anni e formati da un massimo di 6 musicisti. I concorrenti - che dovranno essere liberi da contratti discografici o editoriali in corso - potranno iscriversi gratuitamente, a partire dal 15 gennaio ed entro e non oltre il 15 marzo 2012, caricando tre brani sul sito web Plingle.com nel canale dedicato al concorso (www.plingle.com/conad), oppure direttamente all’indirizzo www.conadjazzcontest.it.
I 9 vincitori - scelti da una Giuria di musicisti ed esperti che valuterà non solo l’originalità del progetto, ma anche la qualità tecnica e artistica dell’esecuzione - si aggiudicheranno l’opportunità di esibirsi nel corso delle sessioni pomeridiane di Umbria Jazz 2012 (Perugia, 6-15 luglio), presso lo storico Teatro Pavone di piazza della Repubblica, oltre a ricevere un pass per accedere al main stage del festival presso l'Arena Santa Giuliana. Tutti partecipanti saranno inoltre valutati anche dalla community online di Plingle.com, che potrà sia esprimere pubblicamente il proprio gradimento sui brani tramite un sistema di giudizio da 1 a 5 (espresso sotto forma di “note musicali”), sia commentare i brani in gara. La classifica di gradimento espressa dalla community non avrà però alcun peso ai fini dell’individuazione dei vincitori.
Informazioni, regolamento e iscrizione al sito www.conadjazzcontest.it.

Contact


Simona Grandini
Ufficio stampa Conad Jazz Contest
Homina Pdc
mobile +39 392 0768958



Cristiano Romano
Ufficio Stampa Fondazione di Partecipazione Umbria Jazz
mobile +39 338 3086249



Danilo Nardoni
Ufficio stampa Young Jazz
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In bocca al lupo a tutti i partecipanti!!!


giovedì 12 gennaio 2012

AMANITA: IL GRUPPO COME CENTRO DI GRAVITA' PERMANENTE

«È come in un gruppo rock, non c'è l'idea “nome-solista trio” ma siamo come una piccolissima comunità: ci si consulta e si decide. Ognuno ha massima libertà di scelta e di proposta. C'è molta fiducia e capacità di ironizzare sui nostri difetti [...] L'amanita muscaria è un fungo allucinogeno, quindi il riferimento è alla possibilità dell'evasione. La musica è un gioco e come tale deve portarti in un mondo diverso. L'amanita è anche il fungo dei Puffi: velenoso ma simpatico, come la nostra musica a volte dolce a volte spigolosa»

All photos are by Fausto Scirchio (Scirchiof)
Dopo aver conosciuto il trio cosentino Amanita, alcune idee, si sono impresse nella mia mente, parole che sgorgano spontaneamente tra i pensieri e che provengono dalla prima impressione che ognuno di noi ha di qualcun altro o qualcos'altro. A me viene in mente costanza, impegno ma anche ironia, solarità, non prendersi troppo sul serio: qualità, queste ultime, che ai jazzisti a volte mancano.

Loro, in effetti, non possono qualificarsi come jazzisti in senso stretto, ma un po' come “argonauti” che partendo dal jazz, viaggiano tra generi diversi che, nel loro album d'esordio, “Gente a sud”, vengono rielaborati e codificati secondo un personale stile, con fantasia e consapevolezza. Una consapevolezza raggiunta in seguito ad una lunga attività live, dunque la conquista di un gruppo che lavora molto sia in sala prove che ai concerti; una consapevolezza che li porta a considerare un disco come il punto di arrivo di un percorso singolare e comune allo stesso tempo, che va vissuto a fondo e senza quella smania di emergere che spesso caratterizza molti giovani: «Non abbiamo ansia di “fare il botto”, crediamo che un lavoro paziente e costante darà i suoi frutti. Sempre attivi ma senza fretta».

Carlo Cimino - double bass

Il trio Amanita è composto da Carlo Cimino (contrabbasso), Raul Gagliardi (chitarra) e Maurizio Mirabelli (batteria): Raul è un romantico capellone, dotato di una sottile e a tratti cinica ironia; Carlo ha la barba, si rivolge al pubblico col megafono e a volte parla troppo; Maurizio è alto, fa tutto lentamente e beve il thé. Tre personalità, dunque, che non potrebbero essere più diverse ma, proprio di questa loro diversità gli Amanita fanno un punto di forza, una risorsa. Anche i percorsi artistici personali di ognuno differiscono parecchio: Raul ha quasi sempre perseguito la creazione di formazioni che suonassero musica originale (spesso sue composizioni), sempre alla ricerca del giusto equilibrio fra composizione e improvvisazione. La sua musica trae ispirazione dal jazz, dalle musiche etniche mediterranee, ma anche dalle canzoni che ha sempre amato. 
Carlo, invece passa, in una prima fase, dalla chitarra al basso elettrico (cioè dalle canzoni da falò ai Led Zeppelin), poi dal basso elettrico al contrabbasso (cioè dai Genesis a Scott La Faro). Poi, dopo il liceo, la scelta di fare solo musica (il conservatorio, il D.A.M.S.), cercando di vivere suonando. «Ho suonato (e suono) quasi di tutto – dice -: rok'n'roll, tarantelle, un po di musica classica, jazz, giezz. Ma quando posso scegliere mi oriento verso ciò che mi piace davvero... anche se c'è da investire tempo ed energie».

Maurizio Mirabelli - drums




Maurizio, infine, è cresciuto in una famiglia in cui si respirava musica quotidianamente: le prime esperienze sul palco le vive assieme al padre, il fratello e la sorella... in una band “formato famiglia”. Negli anni a seguire anche lui ha militato in gruppi che producessero musica originale registrando le prime cose nel suo studio casalingo. Contemporaneamente ha sempre amato lavorare come musicista “freelance”, collaborando anche con artisti internazionali.











Raul Gagliardi - guitar
Il trio nasce nel 2009 in seguito ad una serie di disparati o fortuiti incontri: Carlo e Raul si conoscevano musicalmente già da diverso tempo; Raul e Maurizio avevano invece suonato insieme per tre anni in un progetto di musica originale e infine, anche Carlo e Maurizio si incrociavano spesso in piccole formazioni swing. Dopo aver cambiato due batteristi per i casi della vita, Raul e Carlo individuano in Maurizio l'uomo giusto per il loro progetto. Era maggio 2010. 
Il gruppo si configura fin da subito come una piccola comunità in cui ogni componente ha la massima libertà espressiva grazie ad un rapporto paritario fra i musicisti e all'assenza di un vero e proprio leader. Questo non significa che non ci siano ruoli, artisticamente parlando: Raul è il compositore ufficiale, la musica del trio nasce e si sviluppa dalle sue composizioni, ma il sound finale è la risultante di un lavoro di gruppo in cui ognuno dei musicisti sceglie, propone, aggiunge il proprio tocco. Esiste un rapporto di grande fiducia fra loro e la capacità di ironizzare sui propri difetti, cercando di smussarli o correggerli, quando occorre, o anche di sfruttarli qualora si dimostrassero una risorsa.




GENTE A SUD



È l'esordio discografico degli Amanita, prodotto e distribuito dall'etichetta romana Zone di Musica.
Gente a Sud nasce dall'esigenza di mettere “nero su bianco” l'attività live del trio: tutti i pezzi del cd, infatti, sono stati suonati tante volte dal vivo prima di entrare in studio di registrazione. Questo anteporre il live alle registrazioni ha consentito al trio di imprimere maggior calore ed energia ai brani. Le riprese sono state effettuate nell'home-studio di Maurizio (il batterista) in un'atmosfera rilassata e conviviale che ha portato i musicisti ad essere pazienti, esigenti con se stessi e a trovare la forma-disco di ogni brano, privilegiando la sintesi alla prolissità.
Alle riprese è seguito un lavoro di editing discreto e rispettoso delle intenzioni musicali, portato a termine con professionalità da Alberto La Riccia ingegnere del suono, ma soprattutto musicista. Seguendo quest'idea, cioè che debbano essere i musicisti a mettere le mani nella musica, gli Amanita hanno cercato una collaborazione di alto livello come quella di Luca Bulgarelli per missaggio e mastering, un vero special guest, che si è appassionato alla loro prima avventura discografica realizzando un master dal suono fedele, estremamente dinamico e diretto.
Dal punto di vista compositivo l'idea principale è quella di creare della musica che possa fondere il jazz moderno con delle sonorità dal lontano sapore etnico. É presente in questo lavoro una ricerca ritmica che, secondo i tre musicisti, è l'aspetto caratterizzante delle musiche di tutti i Sud.
Raul ha spesso un'intenzione etnica nel suo fraseggio, derivata dagli ascolti di grandi interpreti dell'oud come Anouar Brahem e Rabih Abou-Khalil e quando pensa al rock ha nel cuore gli Smiths e gli anni '80. Carlo ha consumato i dischi dei Gentle Giant come dei Weather Report e su un'isola deserta porterebbe i dischi di Ornette Coleman e Charles Mingus. Maurizio viaggia in auto con Frank Zappa, ama tra gli altri Tony Williams e Avishai Cohen.
«Abbiamo anche dei gusti comuni – affermano -: Wayne Shorter, John Zorn, Monk, i Police, le bistecche di maiale e i Beatles. Nella musica del trio ovviamente confluiscono tutti i nostri gusti e i nostri ascolti, anche se non in modo esplicito, ma spesso in sotto traccia. Le influenze sono echi, rimandi, allusioni, inconscio... non sono cose che si decidono “a tavolino”»
Il risultato musicale è pervaso da sonorità mediterranee percorse da un'inquieta malinconia e da una trama ritmica asimmetrica ed energetica. Ciò denota, da parte del trio, il vivere con una sensibilità particolare l'essere al centro del Mediterraneo, con un lavoro che media le influenze fra nord e Sud, tra passato e presente di questo bacino divenuto cuore di una nuova rinascita culturale.

All'ascolto si lasciano apprezzare le loro “incursioni” in diversi ambiti musicali che spaziano dalle radici etniche, al jazz contemporaneo con brevi sortite anche nel rock e nel cantautorato più genuino. Il disco presenta infatti tutte composizioni originali, ad esclusione di una morbida versione di “Enjoy the silence” dei Depeche Mode e di una graffiante rivisitazione di “Centro di gravità permanente” di Franco Battiato.
Il protagonismo della chitarra è audacemente fiancheggiato dall'ottima timbrica del contrabbasso che, più che una spalla, può ben definirsi un co-protagonista del disco. Il lavoro è ben amalgamato dalla ritmica della batteria in un coagulo omogeneo e multiforme allo stesso tempo.
Si alternano momenti lirici e rapsodici, linearità ed ardite sovrapposizioni, libertà e struttura, alla ricerca di una sintesi tra jazz contemporaneo e lontane radici.


Qui alcuni link alla loro musica:



Alcuni video:









Tutti i video su:




Per essere sempre aggiornati sui loro live e progetti:







mercoledì 14 dicembre 2011

JAZZ A NATALE. Strenna natalizia per i nostri amici lettori e compagni di viaggio





Cari amici, per Natale abbiamo pensato di farvi un regalo: a due dei nostri lettori regaleremo, a scelta, il cd del Caterina Palazzi Quartet, Sudoku killer, oppure il cd del Marcello Allulli Trio – MAT, Hermanos.


foto di Marco Dell'Otto






Come avrete avuto modo di leggere e ascoltare nei rispettivi approfondimenti sono due album a dir poco strepitosi, nei panni dei vincitori avremmo davvero l'imbarazzo della scelta.
Se non li avete ancora ascoltati fatelo subito, non sapete cosa vi state perdendo! 

alcuni ascolti nei post del 3 dicembre e dell'11 dicembre oppure a questi link:





Marcello Allulli e Fabrizio Bosso (foto di Stefano Spina)




Per avere il cd bastano questi pochi passi:

  • diventate follower del blog (ossia quelli che noi chiamiamo “compagni di viaggio”, cliccando il link “unisciti a questo sito” sulla colonnina di destra o anche cliccando sull'opzione “Segui” sulla barra un alto a sinistra) oppure diventate follower by e-mail (sempre colonnina di destra in alto) oppure chiedete l'iscrizione alla nostra mailing list (colonnina di sinistra). Se fate tutte e tre le cose siamo ancora più contenti ;-)

  • condividete il link del blog sulla vostra pagina fb o altri social network

  • lasciate uno o più commenti a uno o più post (vecchi e nuovi non fa differenza, i commenti vanno fatti all'interno del blog)

  • il tutto entro il 7 gennaio


Dopo quella data sceglieremo, tra tutti, chi ha lasciato il commento più originale, interessante, simpatico, stimolante, insomma quello che ci avrà colpito di più. Pubblicheremo i nomi dei vincitori invitandoli a contattarci per farci avere l'indirizzo a cui spedire il regalo.

Questa era la sorpresa che volevamo farvi ed è anche e soprattutto un modo per conoscervi, per interagire, fare amicizia, scambiarci opinioni, perciò datevi da fare siamo curiosi di conoscere i vostri pensieri e di leggere vostri commenti.

Al prossimo post e nel frattempo...
buone feste a tutti!


domenica 11 dicembre 2011

“A RÒTA” D'HER.. MAT!

Perdonate l'espressione “popolare”, ma dice tutto. È proprio quello che ci è capitato quando la scorsa estate abbiamo ascoltato il cd Hermanos, del Marcello Allulli Trio - MAT, appunto (Francesco Diodati alla chitarra, Ermanno Baron alla batteria e Marcello al sax tenore): è diventato una droga!



Il gruppo è attivo già da tre anni. Tre anni in cui insieme i tre si sono esibiti tante volte, tenendo concerti praticamente ogni settimana. Questo percorso li ha portati a sviluppare un sound tutto loro e un forte interplay grazie al quale la massima libertà espressiva è garantita ad ognuno dei musicisti, ognuno libero di cercale la propria variazione tant'è vero che nei live i brani vengono spesso e volentieri totalmente stravolti creando uno spettacolo sempre nuovo e imprevedibile.
Quando, infatti, li abbiamo sentiti suonare anche dal vivo, la dipendenza si è ancor più aggravata: tutta l'estate abbiamo ascoltato il cd in continuazione. È sì, ci piace proprio questo MAT, questi tre ragazzi dalle grandi prospettive di cui, siamo certi, sentiremo parlare a lungo.

Ci piace la loro sensibilità, la profonda umanità, i loro sorrisi sinceri: cose rare e preziose di questi tempi. La spontaneità, il senso dell'amicizia, del fare gruppo, dello stare insieme per creare qualcosa di bello: energie positive che, insieme alle indubbie doti artistiche di tutti e tre, Marcello Allulli, leader del gruppo, ha saputo con grande naturalezza incanalare in un progetto comune, il loro primo lavoro discografico insieme, in cui il talento compositivo di Marcello (autore di quasi tutti i brani) dispiega tutto il suo armamentarioimmaginario. Le sue composizioni sono il frutto di tanta musica ascoltata e assorbita, spesso intessute di echi e memorie delle culture popolari, senza trascurare la tradizione del jazz e del blues.


Edito nel 2011 da Zone di Musica, il disco si distingue per la fluidità con cui si amalgamano, in uno stile inconfondibile, sonorità provenienti dalle più disparate esperienze musicali e di vita vissuta che in un'armonia di generi si fanno materia sonora, racconti quasi tangibili di luoghi, culture, viaggi, utopie.
L'impatto è sorprendente, fresco, intenso, toccante, è tutto questo e anche di più: un crogiuolo di sensazioni ora malinconiche, profonde e commosse, ora inquiete, instabili. Questo disco cambia voltoascolto ad ogni brano: si passa dagli sprazzi psichedelici e i ritmi serrati di Ant, alle suadenti atmosfere medio-orientali di Madrid; dai momenti di concitata e impetuosa energia di E.E., Oscuro, B.B., alle linee melodiche appassionate e di grande forza evocativa di Time e Inno, (gli unici due brani non direttamente composti da Allulli essendo una riscrittura per sax della struggente ballad di Tom Waits, la prima e una nostalgica rivisitazione di una folk song irlandese, la seconda).
Questi passaggi peraltro non sono mai repentini ma ci accompagna di volta in volta, da un'atmosfera all'altra, un intro-assolo di ognuno dei musicisti, perfetti “traghettatori” di sentimenti: Marcello al sax, è raffinato sperimentatore, complice e persuasivo nell'accostare il neo-bop con la melodia mediterranea, l'avanguardia e il funk con la musica folklorica; Francesco Diodati è fantasioso e imprevedibile, il suo chitarrismo a tratti morbido a tratti graffiante instaura un estroso dialogo con gli altri strumenti; la batteria di Ermanno Baron è sfondoprotagonista dell'ensemble che accompagna ed emerge, affianca e serra il ritmo.
Ci sono poi delle partecipazioni eccellenti in questo disco: la tromba di Fabrizio Bosso impreziosisce gran parte dei brani, il piano di Glauco Venier e la chitarra di Antonio Jasevoli addolciscono e arrotondano le atmosfere di A S. R., Hermanos, e 7 Agosto, mentre un originalissimo quanto azzeccato coro scalda e commuove in Hermanos e 7 Agosto.
Ciò a lampante dimostrazione che le vie e le possibilità del jazz non sono ancora del tutto esautorate (un coro nel jazz solo Marcello se lo poteva inventare!), ma aspettano di essere percorse. Marcello Allulli lo ha fatto in modo meditato e coerente, con un risultato dal multiforme equilibrio e piacevole come pochi, dimostrando di saper varcare con sicurezza i limiti dei generi musicali.


INFO CD

MAT / MARCELLO ALLULLI TRIO FEATURING FABRIZIO BOSSO - HERMANOS
Marcello Allulli – tenor sax, Francesco Diodati – guitar / loops, Ermanno Baron – drums; Fabrizio Bosso – trumpet / electronics
Guest: Glauco Venier – piano (track 14), Antonio Jasevoli – guitar (track 15), Coro Hermanos (track 6, 13)
Sul cd: graphic design di Riccardo Gola – foto di Fabio Zayed and Glauco Comoretto

TRACKLIST:
E.E. / Ant / Intro... / L'ultimo sogno / Intro... / Hermanos / Time / Intro... / Oscuro / Intro... / Madrid / B.B / 7 agosto / Inno / A S.R. (bonus track)
Tutti i brani sono composti da Marcello Allulli tranne la traccia 7 di Thomas Walts, e la traccia 14 Irish Folk Song.


COME È NATO HERMANOS: MARCELLO ALLULLI RACCONTA
(dal booklet del cd)

“Tutto ebbe inizio l'estate del 2009 a Fabriano. Una calda serata, un concerto del MAT, le note della chitarra che introduce "Hermanos". Sembra un attimo, ed ecco, come un grande unisono del pubblico, il tema. Probabilmente ad oggi è stata l'emozione più forte che noi tre abbiamo mai provato su un palco...Mi sono commosso anche io che avevo preparato il pubblico all'insaputa dei Ermanno e Francesco.
E così quasi per gioco è nato il coro di Hermanos.
Poi sono venuti i giorni della registrazione, tre giorni di un freddo dicembre a Cavalicco, in provincia di Udine. Dopo aver registrato il primo giorno in trio e il secondo con Fabrizio, ecco arrivare al terzo giorno il pulmino che ha raccolto da tutta Italia i ragazzi del coro Hermanos. Prima però le magiche note del piano di Glauco...E così arriviamo alla fine della registrazione, ritrovandoci tutti a bere e a cantare, contaminando con la nostra gioia tutti gli avventori dell'agriturismo.
Sono stati giorni irripetibili, spontanei, diretti, intensi...".


ALCUNI VIDEO








PER CONOSCERLI MEGLIO: MAT – biografie:



Marcello Allulli – si diploma al Berklee College of Music nel 1994. Collabora stabilmente con l'Ottetto Mainerio e con il nonetto – che esegue musiche di Frank Zappa – diretti dal pianista Glauco Venier. Fa parte del progetto Logorhythm del batterista statunitense John Arnold. Suona stabilmente con Antonio Jasevoli, come co-leader nel trio R.A.J., insieme a Michele Rabbia, e nel quintetto Tributo a Jimi Hendrix.
Ha collaborato tra gli altri con Antonello Salis, Michel Godard, Dave Binney, Kenny Wheeler, Tony Scott, Pietro Tonolo. Ha suonato in numerosi festival e rassegne fra cui Università La Sapienza di Roma, Auditorium – Parco della Musica di Roma, Roma Poesia (Fondazione Baruchello), Clusone Jazz Festival, Umbria Jazz Festival, Jazz & Image a Villa Celimontana, Montalcino Jazz Festival, Jazz Aleey a Tel Aviv.
Attualmente si occupa della direzione artistica dello storico club romano Music Inn.










Francesco Diodati – nato a Roma nel 1983, inizia lo studio della chitarra a 12 anni. Con i suoi gruppi è risultato vincitore presso importanti concorsi internazionali e finalista presso il concorso europeo “Tremplin Jazz d'Avignon”. Ha suonato in Italia, Ungheria, Belgio, Francia, collaborando con nomi importanti del jazz italiano e non solo (Marco Tamburini, Flavio Boltro, Andy Gravish, Ada Montellanico, Daniele Tittarelli, Francesco Bigoni, Dan Kinzelman, MJ Urkestra, Mario Raja, Roberto Spadoni, Tony Cattano, Giovanni Ceccarelli, Dani Vaczi...)












Ermanno Baron – di formazione artistica articolata, coniuga la sensibilità del mondo accademico con la freschezza e la creatività del mondo jazzistico...Nel suo corso di studi incontra alcuni grandi musicisti trai quali maestri del calibro di Billy Hart, Eric Harland, Kenny Werner, Anders Jormin, Tim Berne...
Svolge un'intensa attività concertistica con alcuni tra i più apprezzati musicisti italiani, con i quali suona nei più importanti festival e club in Italia e all'estero. Tra le collaborazioni: Fabrizio Bosso, Ohad Talmor, Silvia Bolognesi, Flavio Boltro, Frank Tiberi, Francesco Bigoni, Daniele Tittarelli, Tony Cattano, Achille Succi, Roberta Gamberini, Famoudou Don Moye, Andy Gravish...